Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha rivisto al ribasso le sue previsioni di crescita per l’eurozona, portandole dall’1,4% all’1,1% per il 2026, a causa del peggioramento delle prospettive per l’area euro, dovuto all’aumento dell’inflazione e al rallentamento della crescita legato principalmente alla guerra in Iran e al persistere del blocco dello Stretto di Hormuz.

Secondo il World Economic Outlook del FMI, pubblicato martedì, le perturbazioni dei mercati energetici causate dal blocco dello Stretto di Hormuz e i danni alle infrastrutture in Medio Oriente hanno di fatto bloccato la ripresa delle principali economie mondiali, spingendo le aspettative di inflazione globale fino al 4,4%.

Per l’Europa, che rimane altamente sensibile alle fluttuazioni dei prezzi del gas naturale, l’aumento del 19% dei costi energetici ipotizzato dal FMI rappresenta un ostacolo significativo alla produzione industriale.

Il FMI avverte inoltre che i 21 Paesi che condividono l’euro sono tra i più colpiti da questi costi alle stelle, poiché non godono dell’indipendenza energetica di altre grandi potenze.

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Le quattro maggiori economie dell’UE – Germania, Francia, Italia e Spagna – hanno visto le proprie prospettive di crescita riviste al ribasso. L’Italia vedrà una crescita dello 0,5% per il 2026 e il 2027, confermandosi la peggiore rispetto alle altre tre principali economie europee.

A livello globale, secondo il nuovo World Economic Outlook, l’economia dovrebbe crescere quest’anno del 3,1%, un inferiore rispetto al 3,3% previsto a gennaio, prima che scoppiassero le ostilità con gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran iniziati il 28 febbraio.

“Stavamo pianificando di alzare la previsione di crescita per il 2026 al 3,4%” se non ci fosse stata la guerra, ha dichiarato all’Agence France-Presse il capo economista del FMI, Pierre-Olivier Gourinchas.

Il Fondo prevede per quest’anno un’inflazione più elevata, al 4,4%, cioè 0,6 punti percentuali sopra la stima di gennaio. Dopo questa fase, secondo Gourinchas, il “percorso di disinflazione” degli ultimi anni dovrebbe riprendere. Tuttavia, queste proiezioni si basano sull’ipotesi di un conflitto relativamente breve e di perturbazioni temporanee sul mercato energetico. “Dobbiamo essere molto preoccupati per il potenziale che questo si trasformi in una grande crisi energetica”, ha avvertito.

Negli scenari più negativi, in cui i prezzi dell’energia restassero elevati per tutto l’anno, la crescita globale potrebbe rallentare al 2,5% o persino attorno al 2,0%. “Dal 1980, in pratica è successo solo quattro volte che la crescita fosse al 2% o al di sotto”, ha osservato Gourinchas. Tra questi casi figurano periodi come la crisi finanziaria globale del 2008 e la pandemia di Covid-19. “Questo nuovo shock arriva a meno di un anno dal cambiamento delle politiche commerciali degli Stati Uniti, e la transizione verso un nuovo sistema commerciale internazionale è ancora in corso”, ha sottolineato il FMI.

il FMI avverte che la guerra ha colpito più duramente il Medio Oriente e le “economie vulnerabili” in altre regioni. “L’impatto sulle economie emergenti e in via di sviluppo sarebbe quasi doppio rispetto a quello sulle economie avanzate”, ha spiegato il Fondo. Secondo Gourinchas, l’aumento dei costi dell’energia e dei fertilizzanti potrebbe tradursi in rincari più marcati dei prezzi alimentari, colpendo soprattutto i Paesi importatori di energia a basso reddito.

Le previsioni di crescita per il Medio Oriente e l’Asia centrale quest’anno sono state quasi dimezzate, all’1,9%. L’Arabia Saudita, la maggiore economia del Medio Oriente, dovrebbe registrare una crescita del 3,1% quest’anno, cioè 1,4 punti percentuali in meno rispetto a quanto previsto a gennaio.

Tra le due maggiori economie mondiali, la crescita degli Stati Uniti dovrebbe comunque accelerare al 2,3% quest’anno, anche se il ritmo è stato leggermente rivisto al ribasso. La crescita della Cina dovrebbe rallentare al 4,4%, anch’essa leggermente al di sotto delle previsioni di gennaio.

Il FMI ha segnalato una sottostante “disomogeneità” in entrambe le economie. In Cina l’attività interna resta indietro rispetto alle esportazioni, mentre negli Stati Uniti una buona performance economica si accompagna a una debole crescita dell’occupazione.

[a cura di Simone Cantarini]

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